Il capitalista egoista

“…Realizzando che la sua posizione era minacciata, l’èlite dei ricchi ha fatto fronte comune per creare consenso e ristabilire il proprio ruolo.  Le aziende americane sono confluite verso le federazioni, i “sindacati dei boss”, come ad esempio l’American Chamber of Commerce (la Camera di Commercio americana, le cui aziende aderenti sono salite da 60000 nel 1972 a 250000 nel 1982).  L’intenzione esplicita dei leader di questo movimento era influenzare il governo, il mondo accademico e i media.  Un’organizzazione di amministratori delegati, la Business Roundtable, ha dichiarato il suo “impegno al perseguimento aggressivo del potere politico a favore del corporativismo”.  Le corporazioni coinvolte hanno riempito un enorme forziere di guerra e hanno cominciato a spendere 900 milioni di dollari l’anno per conquistare maggiore influenza (una somma ingente per gli anni Settanta).  Il denaro non è stato speso interamente per comprare l’appoggio dei politici: quantità considerevoli sono state usate anche per fondare gruppi di esperti con nomi autorevoli, come la Heritage Foundation o l’American Enterprise Institute (in Gran Bretagna negli anni Settanta sono arrivati l’Institute for Economic Affairs e il Centre for Policy Studies).  Essendo il mondo accademico americano già privatizzato, è stato relativamente semplice pagare gli specialisti per fare seri studi scientifici economici e sociopolitici che sostenessero i principi del capitalismo egoista.  Ben presto personaggi come Milton Friedman hanno acquisito una grande influenza nei dipartimenti di economia e nelle scuole di settore, istituzioni deputate a formare i futuri leader dei paesi in via di sviluppo.  Nei decenni a venire, questo si sarebbe dimostrato di grande aiuto per persuaderli ad accettare grandi prestiti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale…”

(Tratto da Oliver James “Il capitalista egoista”, 2009,Codice edizioni)

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