Diario d’Irlanda

“…La signora ritorna nel vestibolo, ascolta ancora dalla porta aperta il respiro tranquillo dei bambini, sorride, poggia di nuovo il dito con le unghie smaltate sulla vecchia carta e lo sposta calcolando il tempo: Una mezz’ora sulla strada liscia fino allo stretto, tre quarti d’ora fino alla casa di Aedan MacNamara; se il ragazzo è davvero puntuale e le due donne del villaggio vicino sono già là per l’assistenza, mettiamo forse due ore per il parto; un’altra mezz’oraer la cup of tea, che può essere qualunque cosa compresa fra una tazza di tè e una cena massiccia; di nuovo tre quarti d’ora più mezz’ora per il ritorno: cinque ore in tutto.  Ted è partito alle nove, dunque la luce dei suoi fari dovrebbe apparire verso le due, laggiù dove la strada salta di qua dal monte.  La signora guarda il suo orologio; giusto mezzanotte e mezzo passata.  Ancora una volta il dito d’argento scorre lentamente sulla carta: palude, villaggio, chiesa, palude, villaggio, i resti di una caserma saltata in aria, palude, villaggio, palude…”

(Tratto da Heinrich Boll “Diario d’Irlanda”, 1957, Oscar Mondadori)

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