Il lavoro su di sè

Pelvoux, 6 agosto [1943]

Caro Louis,

sono addolorato di sapere che stai meno bene.  Capisco quanto debba opprimerti l’aria da temporale che incombe qui, perché anch’io devo lottarci contro.  Il lavoro interiore regolare, quotidiano, disciplinato è l’unica cosa che mi permetta non soltanto di reggere, ma pure di trarre forze nuove dalla lotta.  Beninteso, quando tengo duro in questo lavoro.  Basta che molli un giorno, e subito sento la prostrazione che mi minaccia, fisicamente e psichicamente, e allora mi precipito verso gli impegni fissati dal lavoro interiore come verso ancore di salvezza: le sole.

La malattia ci pone, te e me, davanti a una particolare difficoltà.  E’ spesso necessario, e di grande aiuto, essere duri con il proprio corpo, maltrattarlo, contrastarlo, farlo digiunare, sudare, penare: mi ha dato molto un tempo, quando potevo, o credevo di poterlo fare.  Ma non ne abbiamo più il diritto.  Dobbiamo, per ora, risparmiare questa carcassa per rimetterla in condizione di servirci; possiamo ancora essere duri verso i suoi desideri immaginari, i suoi capricci e le sue routine, ma dobbiamo badare attentamente ai suoi bisogni reali.  Questa fonte di lavoro e di acquisizione di energia ci è, per il momento, quasi preclusa.  D’altronde, mentre curiamo il nostro corpo, procurandogli l’agio e perfino il piacere necessario, rimane sempre la massa della nostra meccanicità intellettuale ed emotiva, verso la quale tanto più possiamo e dobbiamo essere severi ed impietosi.  Non infliggiamo al nostro corpo le nostre sofferenze: che rimanga a suo agio, sorridente, anche se dentro bruciamo.  Ma i nostri tic intellettuali, i cliché preferiti, le emozioni meccaniche, le lusinghe, compiacenze e commiserazioni verso noi stessi, tutto ciò possiamo e dobbiamo contrastarlo, reprimerlo in ogni modo; non cìè pericolo che il nostro corpo ne patisca ed è l’unica maniera di cominciare a imparare a divenire il padrone.  Sappiamo ora che non c’è padrone, salvo eccezionalmente, cioè che ci ricordiamo di noi stessi solo in rari momenti; il resto del tempo, in mancanza di un padrone, ci sia almeno un gendarme, un regime poliziesco, quasi un regime di terrore.  E’ duro, ma quel che possiamo sopportare ci dà la misura esatta della nostra forza.  La sofferenza volontaria è commisurata al nostro essere, al nostro poter essere.   Ha molti aspetti (e io, di certo, neconosco soltanto alcuni), vedrai.  Ma se è reale, nulla deve tradirla all’esterno: spina nel cuore, sorriso sulle labbra.

Quando Vera scrive a Geneviève sui due modi di “pagare” è molto importante.  Potete ricavarne molto se lo capite bene.  Lamentarsi del passato, del destino, del caso, della sorte ingiusta, è pagare meccanicamente.  Ma prendere la sofferenza reale di oggi come una cosa giusta, meritata, e offrirla in pagamento affinché domani possiamo ripartire con i conti in regola significa pagare coscientemente.

Louis, soprattutto non allentare la disciplina di lavoro che ti sei imposto durante il mio ultimo soggiorno da voi.  Geneviève ti può aiutare a capire certe cose, e tu, a tua volta, puoi aiutarla a capirne altre.  Per esempio – e solamente a titolo di esempio, inutile riprendere la questione particolare se non si presenta naturalmente da sé -, hai capito la risposta che ho dato più volte alla domanda che Geneviève pone periodicamente sotto diverse forme: “chi si ricorda di sé?” oppure “chi è identificato?”.  Diverse volte ho risposto: “Sì!”.  In altre parole, la domanda deve diventare un’affermazione.  Domanda posta dall’apparato formatore; la risposta non può avvenire dal suo apparato formatore né dal mio; la risposta non può essere altra che “io!” o “sono!”; la risposta può essere solo un atto, quest’atto: “sono!”.  Non ci riusciamo, lottiamo per poter rispondere, rispondere come un soldato risponde all’appello, presentandosi, affermandosi in carne e ossa.  Dobbiamo farcela sennò saremo divorati dalla sfinge.  Intanto questo “chi?” deve smettere di essere una domanda intellettuale a freddo – deve bruciarci dentro fino a divenire affermazione.  Credo che tu lo abbia capito.

Aiuta anche Geneviève a capirlo.  Ma non la aiuterai “spiegando” come un maestro a scuola, né “facendole osservazioni” come un censore.  Bensì compiendo tu per primo lo sforzo, lo sforzo massimo.  Se le chiedi uno, bisogna che tu faccia almeno due.  Se le chiedi di rinunciare a una cosa, tu devi rinunciare almeno a due.  E poi comprendendola, “mettendoti nei suoi panni”, rivivendo la sua domanda, richiamandoti allo stato, da lei momentaneamente perduto, in cui capiva.  Lo stesso, beninteso, vale per Geneviève nei tuoi confronti.  Vi attende ora una grande fatica.

Ma non siate mai impazienti: se non riuscite a mettervi tranquilli, non lavorate; nei momenti in cui non potete, nonostante tutti gli sforzi, scacciare le associazioni, le emozioni negative, ecc., non fate niente interiormente.  Proverete un po’ più tardi.  In nessun caso questo lavoro deve irritarvi o stancarvi il corpo, i nervi.

Curati e lasciati curare come si deve, Louis.  Mi manchi spesso – durante i pasti, mi manca la tua presenza nella stanza accanto e la tua voce, e soprattutto la tua verità che, non di rado, hai saputo tirar fuori da te stesso.  A te, molto affettuosamente,

René

(Tratto da René Daumal, “Il lavoro su di sé – Lettere a Geneviève e Louis Lief”, Piccola Biblioteca 414, Adelphi, 1998)

 

 

 

 

 

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